UNA MEMORIA DI GENTIL VIRGINIO ORSINI CONTE DELL'ANGUILLARA
Con il recupero delle pitture del palazzo di Anguillara, che celebrano i fasti e le azioni gloriose di Virginio Orsini, si riapre una pagina di storia da tempo dimenticata.
Gli affreschi ritrovati ci consentono quindi di riscattare in parte dall'oscurità in cui era precipitato un personaggio avventuroso che già lo storico ottocentesco della marina pontificia, A. Guglielmotti, riteneva degno di uno studio più approfondito. Gentil Virginio Orsini fu uno di quei condottieri italiani del Rinascimento pronti a schierarsi per il papa o il re di Francia, a fianco all'imperatore o contro di lui, a seconda del trattamento ricevuto, in termini di danaro, onori o privilegi; la sua carriera si svolse in anni in cui l'Italia era la scena dei principali conflitti tra le maggiori potenze europee, e l'autorità del papato e l'equilibrio delle alleanze erano particolarmente instabili, sotto la minaccia delle guerre di religione e quella della presenza dei turchi nel Mediterraneo.
Era
nato intorno al 1498 da Carlo Orsini e da Porzia Savelli. Il padre Carlo,
figlio naturale di Gentil Virginio d' Aragona signore di Bracciano, aveva
da questi ricevuto in dono la contea di Anguillara e i castelli di Cerveteri,
Monterano, Stigliano e Rota, col compito di difendere verso la via Aurelia
i confini del grande e compatto feudo di Bracciano. Non era stato un compito
facile, negli anni in cui divampava la guerra del papa Alessandro VI Borgia
contro gli Orsini; il possesso di questi castelli strategicamente importanti
fu duramente contestato a Carlo Orsini, con alterne vicende di confische
e restituzioni.
Quando, alla metà del secondo decennio del Cinquecento, raggiunta la maggiore età, il figlio Virginio venne in possesso dei feudi trasmessigli dal padre, la situazione era molto più favorevole per la potente famiglia baronale di cui egli era membro. I papi di casa Medici, Leone X e Clemente VII, erano legati agli Orsini da stretti rapporti di parentela e da comuni orientamenti politici (Leone X era figlio di una sorella di Carlo Orsini). Il giovane conte poté quindi ottenerne privilegi e favori, come la concessione, da parte di Leone X, del diritto di presentare tutte le prebende ecclesiastiche dei feudi sulle vie Aurelia e Clodia e l'autorizzazione a estrarre vetriolo e argento nel territorio di Monterano, iniziativa che dimostra in lui uno spirito imprenditoriale raro per un nobile romano. Egli
cominciava altresì la carriera militare, secondo la tradizione
della sua famiglia, ricevendo da Clemente VII, nel 1524, il comando delle
milizie pontificie nella guerra contro gli imperiali a Siena.
L'anno
seguente, dal mastio della fortezza di Civitavecchia, lo stesso pontefice
Paolo III benediceva le navi della lega cristiana in partenza per la guerra
contro i pirati barbareschi, alleati del sultano Solimano che, sotto il
comando dell'ammiraglio Khair-ad-din (più noto col l nome di Barbarossa),
si erano impadroniti della città di Tunisi. Alla coalizione contro
gli "infedeli" oltre alla piccola flotta pontificia partecipavano
la grande flotta di Genova, comandata da Andrea Doria, le galere di Napoli
di Sicilia e di Malta (condotte rispettivamente dal figlio di Pietro di
Toledo e da Leone Strozzi), e sopra tutte, la flotta imperiale della Spagna,
guidata dallo stesso imperatore.
Sacco
e si prosternava davanti al papa- il 5 aprile 1536.
Nell'estate
del 1539, l'Orsini doveva incassare ancora un altro, più grave
colpo. Per aver disubbidito a un ordine del pontefice, veniva spogliato
del feudo di Anguillara e degli altri suoi possessi, confiscati a favore
di Pierluigi Farnese per il quale il papa intendeva costituire un vero
e proprio stato nell'alto Lazio. Non abbandonava tuttavia Civitavecchia
e la lucrosa attività di privato armatore di galere, partecipando
alle successive campagne della Lega, in Sicilia e a guardia delle coste
tirreniche; otteneva inoltre nel , 40 un successo personale sconfiggendo
insieme a Giannettino Doria, presso I'isola di Capraia, il pirata Dragut
che fu portato a Genova in catene, mentre anche a Roma si festeggiava
la vittoria. Nell'anno successivo, al seguito di Carlo V prendeva parte
alla sfortunata spedizione ad Algeri, che nonostante il comportamento
valoroso suo e della squadra romana, si concluse con la disfatta delle
navi imperialil. Nel 1543 però si congedava dalla flotta pontificia,
e prendeva la decisione di schierarsi definitivamente con la Francia.
In questa nuova veste, come riferisce il Giovio, il conte dell'Anguillara avrebbe intrecciato relazioni cordiali col suo antico nemico, il pirata Barbarossa giunto a Nizza con la flotta turca e ora divenuto alleato della Francia; tra i due vi fu uno scambio di doni e l'Orsini ricevette dal turco undici tavolette con i ritratti in miniatura dei sultani ottomani: "Hariadeno Barbarossa capitano dell'armata turchesca, quando, facendosi guerra tra Carlo imperatore e il re Francesco, chiamato in aiuto dà francesi venne a Marsiglia, fece amistà con Virginio Orsini conte dell'Anguillara, capitano d'alcune galee francesi e fu gareggiato tra loro con grandissimi doni... Percioche Virginio con liberalità romana donò al Barbarossa, molto desideroso di aver copia delle nostre cose, molta argenteria lavorata e molti drappi di seta; e egli all'incontro donò a Virginio un arco barbaresco con un turcasso di bellissimo avorio e una scimitarra persiana con una bella guaina fornita di gioie, la quale si diceva che era stata di Hismael Sophì, e una veste lunga fino in terra fatta di broccato e di velluto cremisi, aggiungendovi... una cassetta lavorata d'ebano e d'avorio, nella quale erano undici veri ritratti di signori ottomani, dipinti secondo l'ingegno degli artefici barbari di colori fini su tavolette di carta lisciata, i quali da Virginio, amante dell'eleganza, furono stimati assai più che ogn'altro dono... Tutti questi ritratti Virginio, scongiurato con preghi grandi, communicò al cardinale Alessandro Far0nese e a me che li potessimo far dipignere in tavole maggiori per diletto dé galanti huomini...".
Fu
probabilmente questa intesa a provocare l'indignazione dei posteri e a
giustificare l'atteggiamento degli storici contemporanei, alquanto restii
a soffermarsi sulla memoria del conte di Anguillara, tanto più
che l'Orsini non ebbe eredi maschi a riscattarlo (non era possibile dimenticare
che mentre faceva vela per Nizza, la flotta turca guidata dal Barbarossa
aveva devastato le coste italiane sul Tirreno, e le stesse coste laziali).
Le sue peripezie non erano però finite: calunniato da rivali francesi
e sospettato ancora una volta di doppio gioco, venne sollevato del suo
incarico e, sembra, imprigionato da Francesco I, per essere poi liberato
dal suo successore Enrico II. Ma nel marzo 1548, morto l'anno prima Pier
Luigi Famese e cambiato radicalmente il quadro delle alleanze internazionali,
Paolo III lo richiamava al suo servizio, restituendogli, nel luglio, i
suoi possedimenti (eccetto Cerveteri). L'Orsini riacquistava le sue galere,
cominciando ad armarne un'altra; ma la morte lo coglieva nell'agosto dello
stesso anno.
La
contea di Anguillara, in assenza di eredi maschi, tornava agli Orsini
di Bracciano.
Ma ora si può dire qualcosa di più in merito ai suoi gusti artistici... È infatti Gentil Virginio il "conte di Anguillara" (finora erroneamente identificato con Carlo, morto nel 1502 o con Renzo di Ceri) per il quale il Rosso Fiorentino eseguì il bel disegno rappresentante "L'elemosina di S. Rocco", dove si riconosce, tracciato su un pilastro, lo stesso stemma quadripartito, contrassegnato dalla "V" che troviamo ad Anguillara. Nelle sue Memorie Benvenuto Cellini riferisce che, durante la peste del 1524, il pittore Rosso fiorentino era stato ospite a Cerveteri di un "conte dell'Anguillara".
Lo stesso Cellini lo aveva raggiunto, intrattenendosi con lui per un mese, generosamente trattato dal loro comune anfitrione (sulla spiaggia di Cerveteri il Cellini sarebbe sfuggito a stento ai pirati, inseguiti poi e forse catturati dalle feluche del conte). Il disegno sopramenzionato, insieme ad altri due, noti da copie e rappresentanti due altre storie di S. Rocco, era probabilmente parte di un progetto decorativo, a carattere di ex voto (poiché S. Rocco era invocato come protettore dalla peste), destinato forse a una riproduzione a stampa, o forse a essere realizzato in una chiesa a Roma o a Cerveteri. Il rapporto col giovane e sofisticato pittore fiorentino, uno degli artisti più singolari e isolati fra quanti erano a Roma in quegli anni, fervidi di .cambiamenti, che precedettero il Sacco, proietta una luce particolare sul mecenatismo dell'Orsini, allora evidentemente a contatto, per il legame familiare con Clemente VII, con le tendenze culturali più aggiornate della corte romana.
A Cerveteri, forse negli stessi anni in cui faceva ristrutturare e decorare il palazzetto di Anguillara, l'Orsini ingrandì il palazzo baronale, sua residenza abituale, facendone decorare alcune stanze da una squadra di artisti diversa, come si dirà, da quella che operava ad Anguillara.
Tratto
da: "Il Palazzo Baronale Orsini di Anguillara Sabazia".
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